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lunedì 18 maggio 2009

La decolonizzazione

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tra il 1945 e il 1975, l'Asia e l'Africa si liberarono del dominio coloniale (fenomeno chiamato “decolonizzazione”).

  1. In molte colonie da decenni erano sorti movimenti nazionalisti (ricorda quelli europei...) che chiedevano l'indipendenza. Utilizzavano spesso tattiche di guerriglia perché avevano scarsa preparazione militare e poche armi. Tuttavia l'appoggio della popolazione li rese spesso vittoriosi.

  2. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale molti "coloni" avevano combattuto accanto agli eserciti della madrepatria, maturando una nuova consapevolezza (i bianchi possono essere battuti, i bianchi si uccidono tra loro!).

  3. Erano inoltre cambiate le situazioni dei Paesi ricchi: alcuni erano ora troppo deboli per controllare le colonie, mentre USA e URSS preferivano controllare il mondo in altre forme (“sfere di influenza”).

I Paesi coloniali adottarono strategie diverse verso le colonie che chiedevano l'indipendenza.

  • Il Regno Unito, ad esempio, cercò di assecondare le richieste delle colonie, concedendo l'indipendenza e legando a sé le ex-colonie, spingendole ad aderire a un'associazione di tipo economico (il Commonwealth).

  • La Francia e il Portogallo, viceversa, concessero l'indipendenza solo dopo lunghe guerre, come quella di Algeria e del Mozambico.

Il processo di decolonizzazione iniziò in Asia, dove le antiche culture avevano rese più consapevoli i popoli: Indonesia (1945 dai Paesi Bassi), India (1947 dal Regno Unito), Indocina (1954 dalla Francia).

Negli anni '60 il processo passò in Africa, dapprima nel Nord, poi nell'Africa sub-sahariana.

Il mondo si arricchì così di nuovi soggetti: al “Primo mondo” (quello occidentale alleato con gli USA) e al “Secondo mondo” (quello orientale alleato con l'URSS) si affiancò il “Terzo Mondo” composta dai nuovi Stati.

I nuovi Stati dovevano però affrontare molti problemi.

  • Economici: spesso la loro economia era stata trasformata per produrre le materie prime (agricole o minerarie) necessarie alla madrepatria e mancavano i prodotti agricoli di consumo e le industrie;

  • Sociali: all'analfabetismo e alla povertà si univa spesso l'arbitrarietà dei confini (tracciati dai colonizzatori) che costringevano a far convivere popoli diversi, spesso in lotta tra loro.

  • Politici: quasi sempre mancava una classe dirigente, cioè persone con un'istruzione e un'esperienza sufficienti a guidare uno Stato.

Ciò ebbe molte conseguenze:

  1. l'economia dei nuovi Stati continuò a basarsi sull'esportazione di pochi prodotti agricoli (monocultura) o di materie prime (dal rame ai diamanti), continuando a dipendere dai Paesi del Primo e del Secondo mondo;

  2. esportando i loro prodotti a basso costo e importando prodotti industriali spesso molto costosi, i Paesi del Terzo Mondo videro crescere vertiginosamente il loro debito estero, finché giunsero a non poterlo più restituire;

  3. il governo cadde spesso nelle mani di persone avide, che utilizzarono il potere per arricchire se stesse e il loro clan, instaurando regimi autoritari;

  4. molti Stati furono ben presto dilaniati da guerre civili, spesso incoraggiate dalle potenze straniere, interessate a vendere armi e a impossessarsi delle materie prime;

  5. bisognosi di ogni cosa, i Paesi del Terzo Mondo caddero facilmente nella sfera di influenza degli USA o dell'URSS.

venerdì 20 febbraio 2009

Colonialismo nel Novecento - Mappa concettuale






Colonialismo nel Novecento

Il colonialismo non era un fenomeno nuovo (Spagnoli e Portoghesi nell'America Centrale e Meridionale, Inglesi e Francesi nell'America Settentrionale, etc.), ma alla fine dell'Ottocento assunse forme nuove.

Molti furono i motivi.

  1. Spinte dalla rivoluzione industriale, la grandi potenze si sentivano superiori e cercavano nuove materie prime e popoli a cui vendere i propri prodotti per scongiurare crisi di sovrapproduzione.

  2. Spinte dall'orgoglio nazionale (nazionalismo), rivaleggiavano nell'estendere le colonie.

  3. Spinte dal sentimento di superiorità della razza bianca, credevano di poter sottomettere gli altri popoli.

  4. Spinte dalla convinzione della superiorità della civiltà occidentale, si sentivano in dovere di migliorare la condizioni di vita dei popoli sottomessi (il “fardello dell'uomo bianco”).


Spesso venivano inviati missioni esplorative, alle quali seguivano commercianti, industriali e militari. Alle colonie vennero imposti un rigido controllo militare, le proprie leggi e la propria cultura.

Questo fenomeno prese il nome di imperialismo (costruzione di un impero) e si rivolse verso l'Africa e l'Asia.


Per evitare scontri, la grandi potenze si riunirono nella Conferenza di Berlino e si accordarono per spartirsi l'Africa. Scontrandosi con l'Impero Ottomano e i deboli Stati africani, nei vent'anni successivi tutti i territori vennero conquistati e furono creati pochi stati dai confini arbitrari, senza badare alle tradizioni locali.

Gli occidentali portarono effettivamente molte innovazioni (scuole, ospedali, nuove tecniche agricole), ma spesso trasformarono l'economia esclusivamente a loro vantaggio (estrazione di materie prime, monocolture per l'esportazione).


In Asia il millenario Impero Cinese, abbastanza potente da resistere agli eserciti europei, non venne colonizzato, ma fu costretto a stipulare “trattati ineguali”, che prevedevano concessioni di porti e sfruttamento della materie prime a favore degli Occidentali. Un gruppo di patrioti cinesi si ribellò (rivolta dei Boxers = “pugili”), ma venne repressa dagli eserciti stranieri.

L'economia dell'Impero Indiano era controllata fin dal '700 dalla Compagnie inglese delle Indie Orientali; a metà '800 divenne formalmente una colonia dell'Inghilterra, che controllava così circa un quarto della superficie di tutto il Pianeta!

La Penisola Indocinese era nelle mani della Francia; l'Arcipelago Indonesiano in quelle dei Paesi Bassi.


Anche l'Italia iniziò la sua politica coloniale.

Dopo l'apertura del Canale di Suez, riuscì a conquistare l'Eritrea e a imporre il suo protettorato sulla Somalia; quando tuttavia cercò di penetrare in Etiopia (o Abissinia) il suo re (“negus”) reagì e sconfisse le truppe italiane: l'Italia firmò allora il Trattato di Uccialli che le riconosceva vari possedimenti. Quando però, alcuni anni dopo, l'Italia cercò nuovamente di conquistare l'Etiopia venne definitivamente sconfitta (battaglia di Adua) e il Primo Ministro Crispi dovette dimettersi.

Nel 1911-12 Giolitti riprenderà la politica coloniale: non potendo occupare la vicina Tunisia (in mano alla Francia), si impadronì della Libia, dove si sperava di far emigrare molti italiani, e dell'arcipelago del Dodecaneso, sottratti all'Impero Ottomano.